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Si avvicinano le elezioni europee del prossimo anno e riteniamo che sarà importantissimo andare a votare e convincere quanti più cittadini possibile a farlo in modo informato.

Come europei ci troviamo di fronte a molte sfide, dall’immigrazione ai cambiamenti climatici, dalla disoccupazione giovanile alla protezione dei dati. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato e competitivo.

Allo stesso tempo il referendum sulla Brexit ha dimostrato che l’UE non è un progetto irrevocabile. Mentre molti di noi danno per scontata la democrazia, questa sembra essere sottoposta a crescenti minacce, sia nei principi che nella pratica.

Per questo anche noi di Soprattutto Europa promuoviamo la creazione di una comunità di sostenitori che incoraggino una maggiore affluenza degli elettori alle elezioni europee.

Il nostro obiettivo non è di raccomandare questo o quel candidato. Sosteniamo il voto in sé, cioè l’impegno nel processo democratico con cognizione di causa e in modo informato.

Vogliamo rafforzare il valore dello scambio di idee e contribuire alla creazione di una comunità di sostenitori in tutta Europa che si impegnino per il voto.

Difendiamo il concetto di democrazia affinché tutti insieme abbiamo la possibilità di decidere in che Europa vogliamo vivere.

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L’orgoglio di sentirsi cittadini d’Europa

di  Carlo Rognoni

Sono orgoglioso di essere italiano, ma sono orgoglioso anche di essere
europeo. Sono profondamente convinto che essere un cittadino dell’Europa
sia oggi un privilegio straordinario. E vorrei spiegare perché.

Tanti anni fa, prima dell’Erasmus, prima di Schengen, cioè della libera
circolazione dei cittadini europei all’interno dell’Unione, molto tempo
prima dell’euro, vinsi una borsa di studio per passare un anno negli Stati
Uniti.

Giovani italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, scandinavi, olandesi, belgi
(tutti fra i 16 e i 18 anni), ci imbarcammo ad Amsterdam per affrontare
questa avventura che ci avrebbe portati a trascorrere dieci mesi in una
famiglia americana, e frequentare l’ultimo anno di High School. E poi due
mesi, tutti insieme, su degli autobus in giro per le campagne, per le
piccole e grandi città d’America.

E’ allora – più di cinquant’anni fa – che ho scoperto di essere europeo,
cittadino di un Continente che si chiama Europa. Potrà sembrare
paradossale, eppure tutti quanti noi, così diversi, ognuno con la lingua
del suo Paese d’origine, in grado di comunicare fra noi su quel autobus che
ci portava da uno Stato all’altro, dalla Florida alla Pennsylvania, solo
parlando inglese, quando abbiamo cominciato a raccontarci delle esperienze
vissute, abbiamo condiviso due fortissimi sentimenti: la certezza di aver
avuto una grande occasione, quella di conoscere un altro mondo; la
consapevolezza di avere molte più cose in comune con Franz, con Jacques,
con Inge, con Alehandro che con John. Eh si, perché noi eravamo europei e
lui era americano. Lui era il diverso. Che cosa ci univa? Che cosa ci
faceva pensare di avere più cose in comune fra noi che con l’amico
americano? Molto banalmente la cultura, la storia, la politica, perfino le
orribili, sanguinarie e stupide guerre che ci siamo fatti nella vecchia
Europa.

Da allora sono passati cinquant’anni, il mondo è cambiato radicalmente, la
globalizzazione che si nutre di due rivoluzioni, quella finanziaria e
quella digitale, ha stravolto vecchie certezze. Ha messo in crisi l’idea
stessa di democrazia, il concetto di rappresentanza, il ruolo dei partiti.
Eppure oggi più di ieri so di essere un cittadino europeo.

Sono sempre orgoglioso di essere italiano, certo. Ma sono anche convinto
oggi più di ieri di essere europeo. Per una semplice – e se volete
opportunistica – ragione in più. Perché so che ho bisogno dell’Europa. So
che l’Italia, il mio Paese, ha bisogno dell’Europa. Così come ne ha bisogno
la Francia, la Germania, la Spagna e via elencando. La dimensione dei
nostri Stati nazionali non è più sufficiente per pretendere di essere
protagonisti nel mare magnum della globalizzazione. Solo la dimensione
continentale oggi consente di misurarsi meglio con le grandi rivoluzioni
che stanno dando vita al mondo che cambia.

E’ stata l’Europa ad aver inventato lo Stato-Nazione. Il principio della
sovranità territoriale fu sancito dalla pace di Vestfalia, che nel 1648
mise fine alla guerra dei trent’anni. Alla fine dell’Ottocento le nazioni
europee avevano oramai acquisito tratti comuni, gli stessi ancora oggi
riconoscibili. La difesa, le tasse, la legge sono stati per decenni
monopoli gelosamente custoditi dalle nazioni. E i governi nazionali si
facevano carico di grandi progetti pubblici, nel campo dell’istruzione,
della sanità, dello stato sociale, della cultura.

Non è più così. Da quarant’anni non è più così. E’ come se le promesse dei
singoli governi nazionali venissero costantemente tradite. I governi
sembrano girare a vuoto, sembrano avere sempre maggiori difficoltà nel dare
risposte ai bisogni dei cittadini. Senza che la consapevolezza delle
ragioni che stanno producendo l’attuale crisi anche politica sia cresciuta
nei nostri cittadini. E l’effetto è devastante. Cresce l’insicurezza, il
disagio sociale, crescono le diseguaglianze, la delusione per la politica,
per la democrazia. Oggi l’ira dell’opinione pubblica si abbatte sui governi
dei nostri piccoli Stati-Nazione che non sono più in grado di rispettare le
loro promesse.

Emblematica è la questione della spesa pubblica. Quella europea è la più
grande del mondo, perché è la percentuale del Pil più alta del mondo. Ma il
98 percento di questa enorme quantità di ricchezza è gestito dagli Stati
nazionali, ossia ad una scala dimensione sub-ottimale, strutturalmente
inadeguata a fornire risposte ai problemi primari dei popoli: difesa e
sicurezza, crescita e occupazione.

La risposta politica populista, che si autodefinisce “sovranista”, perché
propone di ripristinare la condizione nella quale lo Stato nazionale
deteneva il sostanziale monopolio della sovranità, magari è efficace sul
piano comunicativo, di costruzione del consenso, ma è decisamente
controproducente sul piano degli effetti reali, concreti. Se i problemi
hanno acquisito una scala dimensionale sovranazionale non c’è, non può
esserci una via d’uscita nel ripristino di una sovranità ormai svuotata di
potere reale.

La via d’uscita dalla crisi della sovranità degli Stati nazionali non è la
rabbiosa nostalgia per un passato che non può tornare, ma il rilancio del
progetto europeo, l’unico che può restituire fiducia e speranza ai popoli e
ai cittadini europei.

Ha scritto Romano Prodi: “Siamo consapevoli degli errori della politica
europea degli ultimi anni. Ma siamo altrettanto consapevoli che, solo con
la costruzione europea, si è formata l’Italia moderna e si è garantita per
la prima volta la pace nel nostro Paese per un periodo di tre generazioni”.

Guardiamo avanti, guardiamo alle prossime elezioni della primavera del 2019
per il rinnovo del Parlamento europeo. La posta in gioco è enorme. Si
tratterà di scegliere fra coloro – come Macron, come la Merkel – che vedono
il futuro insieme alle altre democrazie europee e coloro – come il premier
ungherese Orban – che vogliono muri, separazioni, fili spinati. Pretendono
di fare di noi un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Ma noi sappiamo
che per cambiare l’Europa bisogna amarla e che solo chi ama l’Europa può
renderla migliore.